Il popolo cinese. Il cinese ha un alto concetto di se stesso, è orgoglioso della sua razza e sente di
far parte di una grande nazione. Non si inchina davanti allo straniero; tutt'al più lo
disprezza. Per lui gli europei sono i "nasi lunghi", i "diavoli" che vengono dall'estero.
L'adulto cinese ci deride in pubblico, i bambini ci gridano alle spalle. Sembra che
perfino i cani provino un gusto particolare a rincorrerci e ad abbaiarci contro.
Un anziano missionario mi disse: "Il missionario è odiato da molti, tollerato da pochi,
amato da nessuno". E nonostante tutto, già nei primi anni, Giuseppe confessa:
"Essere missionario in China è un onore che non cangerei colla corona d'oro dell'
imperatore d'Austria" (A quell'epoca il Tirolo, sua terra natale, apparteneva alla
monarchia austro-ungarica).
Uomo del suo tempo, certo, ma anche uomo che superò i pregiudizi della sua epoca,
fino ad arrivare ad essere un modello di missionario per ogni epoca.
La sua trasformazione interiore si produsse gradualmente, a partire dall'inserimento
nel lavoro missionario concreto nello Shantung. Era il 1881. Lo Shantung fu il primo
territorio di missione che la Santa Sede affidò alla giovane congregazione del Verbo
Divino, fondata sei anni prima dal Beato Arnold Janssen a Steyl, villaggio di frontiera
tra l'Olanda e la Germania.
Un uomo buono. Una delle qualità eminenti di Giuseppe fu la sua estrema bontà.
Il suo vescovo, mons.
Henninghaus, che visse con Giuseppe un'amicizia lunga vent'anni, scrisse:
"Possedeva una bontà che mai veniva meno e conquistava i cuori, quella pazienza
inesauribile e quella carità che lo portava a dimenticare se stesso. I cristiani,
specialmente i neofiti e la gente semplice gli erano affezionati come i bambini al
nonno. Appena usciva da qualche funzione sacra, subito un gruppo di cristiani
stringeva intorno a lui". Fu proprio questo amore alla gente che gli permise di
cambiare opinione circa il popolo cinese. Affermava che non poteva essere un buon
missionario chi non nutriva un profondo amore alla gente.
Voglio restare cinese anche in Paradiso... Già nel 1884 scrive in una delle sue lettere: "
I cinesi sono un popolo intelligente,
di buone capacità, anche i semplici contadini sanno esprimersi come fossero dottori...
in molte cose superano gli europei. Qualche anno più tardi scriverà: "
I cinesi sono un
popolo meraviglioso che possiede eccellenti qualità e virtù". In altra occasione
dichiarava: "
Io amo la Cina e la sua gente e vorrei morire mille volte per loro...
Voglio restare cinese anche in Paradiso". I confratelli missionari sapevano che non
tollerava giudizi negativi sui cinesi. Il suo vescovo sottolinea: "
Era arrivato ad
essere cinese in tal misura che non voleva ascoltare niente di male che riguardasse
i cinesi, proprio come una madre che non sopporta che si parli male dei figli".
Non dimenticò mai la sua terra. Il suo amore per la Cina non sminuì il profondo amore per la sua patria tirolese.
Nelle sue lettere molte volte torna il ricordo delle sue montagne, della sua gente,
delle usanze e tradizioni della sua terra. Ma Giuseppe comprese che Dio gli chiedeva
questo sacrificio come promessa di benedizione sul suo lavoro missionario.
E offrì questo sacrificio con animo eroico. Giuseppe fu la guida spirituale
della missione dello Shantung, fu vicario del vescovo quando questi doveva rientrare
in Europa, fu l'organizzatore di molte comunità cristiane su tutto il territorio, fu
superiore religioso della Congregazione per molti anni. Durante i lunghi anni del suo
apostolato, molte volte fu vicino a ricevere la palma del martirio. L'odio ai "diavoli
bianchi", conseguenza quasi scontata e comprensibile della politica colonialista delle
potenze europee, si rivolgeva anche contro i missionari. La sua morte precoce è stata
causata prima di tutto dalla sua dedizione senza risparmio al lavoro missionario. Sul
finire del 1907 la missione venne colpita dal tifo. Nel prodigarsi per gli ammalati
anche Giuseppe contrasse il tifo. Morì il 28 gennaio, raccomandando al superiore della
casa di farsi premura degli ammalati, perché - ribadì - "
siamo venuti per servire".